MASSIMO TROISI ATTORE

MASSIMO TROISI: L’UOMO CHE FACEVA BATTERE IL CUORE  

C’è un’immagine di Massimo Troisi che lo definisce meglio di mille premi: un “Pulcinella senza maschera”. Perché Massimo non aveva bisogno di travestimenti per far ridere.

Gli bastava quel modo di muovere le mani, quel borbottio che sembrava sempre una scusa, e quegli occhi che chiedevano scusa anche quando non avevano fatto niente.

MASSIMO TROISI ATTORE
Massimo Troisi

Quel cuore che batteva troppo forte

La sua storia non inizia su un palco, ma in una casa affollata di San Giorgio a Cremano. Diciassette persone sotto lo stesso tetto: un caos bellissimo che gli ha insegnato l’amore per la gente, ma gli ha anche lasciato addosso la paura di restare solo.

E poi c’era quel “ticchettio”. Sin da piccolo, il suo cuore non funzionava bene a causa delle febbri reumatiche. Quel battito irregolare è diventato il ritmo della sua vita: un orologio che gli ricordava che il tempo era prezioso.

Nel ’76, la gente del suo quartiere fece persino una colletta per mandarlo a operarsi a Houston. Ecco chi era Massimo: uno di famiglia per tutti, ancora prima di diventare famoso.

La rivoluzione della timidezza

Prima di lui, il comico napoletano doveva essere per forza furbo, chiassoso, invadente. Massimo ha ribaltato tutto. In Ricomincio da tre, ci ha presentato un antieroe: un ragazzo timido, pieno di dubbi e nevrosi, che preferiva balbettare piuttosto che dire una bugia.

Non era solo un modo di recitare, era un modo di essere. Quando parlava, le sue frasi erano spezzate, piene di “eh…”, “no…”, “cioè…”. Non era ignoranza, era la fatica di spiegare l’anima. Per lui, la normalità di Peppino De Filippo era sacra quanto la follia di Totò. Diceva che senza un campo (Peppino), anche un fuoriclasse come Maradona (Totò) non saprebbe dove correre.

L’amore e quel filo invisibile con Anna

Dietro ogni grande uomo c’è spesso un grande amore, e per Massimo quell’amore si chiamava Anna Pavignano. Non sono stati solo compagni di vita, ma complici nell’arte.

Anche quando l’amore finì, continuarono a scrivere insieme. Massimo metteva a nudo le difficoltà degli uomini di fronte alle donne: la loro goffaggine, l’incapacità di dire “ti amo” senza sentirsi un po’ ridicoli.

 IL POSTINO

L’ultimo respiro regalato al cinema

Il capitolo finale è un atto d’amore che toglie il fiato. Per girare Il Postino, Massimo ha letteralmente messo in gioco la vita. Il suo cuore era stanco, aveva bisogno di un trapianto urgente, ma lui disse: “Questo film lo voglio fare con il mio cuore”.

Era così debole che riusciva a girare solo per poche ore. Nelle scene in bicicletta, la controfigura Gerardo Ferrara pedalava per lui. Tra i due nacque un’amicizia vera, tanto che Gerardo chiamò suo figlio Massimo.

Troisi se n’è andato nel sonno il 4 giugno 1994, solo 12 ore dopo aver battuto l’ultimo ciak. È come se avesse aspettato di finire il suo regalo per noi prima di lasciarsi andare.

Cosa ci resta

Oggi, se vai sulla spiaggia di Pollara o tra le case colorate di Procida, senti ancora la sua presenza. Come disse Benigni: “Morto un Troisi non se ne fa un altro”. Massimo ci ha insegnato che si può essere fragili e fortissimi allo stesso tempo, che la malinconia può far ridere e che non serve urlare per farsi ascoltare dal mondo.

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